Sulla questione della maternità surrogata ho già dato un mio contributo con l’articolo del mese di settembre: “La maternità surrogata e il turismo procreativo dell’occidente”, ma le affermazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane, relativamente alla possibilità di considerare la maternità surrogata un dono, hanno alimentato il mio desiderio di riproporre l’argomento.
Sono due le dichiarazioni che prenderò in considerazione; la posizione espressa all’AdnKronos Salute dall’oncologo Umberto Veronesi in data 19 febbraio 2016: «l’utero in affitto è un gesto nobile, è una donazione», alla quale è seguita dieci giorni dopo quella della senatrice Emma Bonino a Bergamonews: «Posso fare una domanda: se posso donare un rene in questo Paese perché non posso donare un utero? Io non lo farei, ma non capisco perché non si deve fare».
Se rifletto sull’utilizzo della parola donazione nelle due dichiarazioni ritrovo un forte legame con l’intenzione di esercitare un gesto solidale e il proporsi di portare avanti una gravidanza per altri è una generosità che forse, ripeto forse, posso comprendere quando riguarda persone che sono legate da una profonda amicizia o che intrattengono tra loro legami di sangue (sorelle). In questi casi ci si offre di aiutare una persona cara a realizzare un desiderio di genitorialità che altrimenti non potrebbe concretizzarsi.
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